La parola “assistere” significa “essere presente allo svolgimento di un fatto” e “stare vicino a una persona per offrirle appoggio e aiuto, o per aiutarla e darle la propria collaborazione nella sua attività, o comunque per giovarle materialmente o moralmente “.
L’assistere è legato all’aiutare, al soccorrere e sovente ci soffermiamo solo su questo aspetto dimenticando la prima parte del significato della parola, che è quello di essere presente. Presenza significa non solo con l’essere lì, ma esserlo con padronanza delle proprie facoltà, con consapevolezza di sé, in altre parole con autocoscienza.
Quando una persona ha bisogno che un’altra la aiuti per la risposta ai suoi bisogni di base (muoversi, mangiare, dormire, lavarsi e vestirsi) ha bisogno che l’Aiutante sia presente non solo fisicamente, ma anche energeticamente. La qualità di questa presenza passa innanzitutto attraverso il contatto fisico, e quindi, nell’assistenza ai cosiddetti “bisogni di base”, il toccare il corpo dell’altro diventa il principale strumento di lavoro.
Spesso accade che “nell’assistenza di base” vi sia una sorta di disparità tra il beneficio atteso dei riceventi e la prestazione offerta dell’operatore, il quale, per una serie di ostacoli, riesce parzialmente a soddisfare le aspettative delle persone. Molteplici sono i motivi per cui ciò accade e l’intervento per migliorare l’assistenza richiede l’analisi di vari fattori.
Viviamo un momento storico di grandi contraddizioni, in cui, a fronte dell’aumentare dei bisogni di assistenza, le carenze numeriche oggettive e la mancanza di tempo riducono la qualità dell’aiuto offerto e della presenza energetica alla persona assistita.
L’evoluzione della tecnologia ha permesso di analizzare la persona fin nei minimi dettagli, ma allo stesso tempo ha prodotto una difficoltà sempre maggiore, in chi si prende cura, di instaurare con la persona assistita una relazione empatica, oltre a quella fisica strettamente necessaria al processo di cura.
Toccare è comunicare a tutti gli effetti; toccare in modo appropriato significa accogliere l’altro riconoscendolo nella sua individualità (individuo= non diviso), confermandolo nel suo esistere. Se la mano di chi assiste realizza solo un toccare tecnico finalizzato al gesto che sta compiendo, spesso questo gesto risulta essere invasivo. Tuttavia, se la persona che assiste si riappropria di una visione “olistica” che abbracci la totalità dell’essere umano a favore di un agire non frammentato, è possibile, almeno in parte, risolvere il problema. Chi assiste è infatti detentore di capacità, poteri e saperi in grado di intervenire sulla globalità della persona, non solo ai fini della riparazione (aspetti diagnostico/terapeutici), ma anche per dare sostegno alla vita proprio attraverso l’assistenza di base.
Svolgere le stesse azioni con una maggior consapevolezza e sensibilità, cambia radicalmente la qualità della relazione.
Attraverso l’affinamento del gesto di cura e l’armonizzazione del contatto, la relazione professionale può diventare empatica, in modo tale da sostenere la persona nella sua integrità e confermarla nella sua unicità ed essenzialità.
Il toccare il corpo della persona assistita in modo energeticamente presente e consapevole, non è dunque una tecnica fine a sé stessa, ma la possibilità di ampliare la qualità dell’essere in relazione con l’altro, tanto da potersi rapportare in un clima di reciproca fiducia e collaborazione.
La creazione del rapporto empatico con la persona assistita favorisce anche nell’operatore una sensazione presenza e di benessere, utile ad alleviare le fatiche fisiche ed emotive dell’attività assistenziale.